martedì 10 luglio 2018

Cecità di José Saramago | Recensione


Cecità
di José Saramago

Titolo originale: Ensaio sobre a cegueira (Saggio sulla cecità)
Prima pubblicazione: 1995
Edizione: Universale Economica Feltrinelli
Anno: 2010
Pagine: 276
Prezzo di copertina: 9,50€


Sinossi. In un tempo e un luogo non precisati, all’improvviso l’intera popolazione perde la vista per un’inspiegabile epidemia. Chi viene colpito dal male è come avvolto in una nube lattiginosa. Le reazioni psicologiche sono devastanti, l’esplosione di terrore e di gratuita violenza inarrestabile, gli effetti della patologia sulla convivenza sociale drammatici. La cecità cancella ogni pietà e fa precipitare nella barbarie, scatenando un brutale istinto di sopravvivenza. Nella forma di un racconto fantastico, Saramago disegna con maestria, essenzialità e nettezza la grande metafora di un’umanità bestiale e feroce, incapace di vedere e distinguere le cose razionalmente, artefice di abbrutimento, crudeltà, degradazione. Ne risulta un avvincente romanzo di valenza universale sull’indifferenza e l’egoismo, il potere e la sopraffazione, la guerra di tutti contro tutti, una dura denuncia del buio della ragione, con uno spiraglio di luce e salvezza che non ne annulla il pessimismo di fondo.


Recensione


Lo ammetto, terminato di leggerlo, ho tirato un sospiro di sollievo. Infondo, il motivo per cui mi sono tenuta lontana da Saramago e da Cecità in particolare, era proprio perché considerato non semplice da leggere. Il gruppo di lettura LiberTiAmo a Giugno mi ha offerto l'opportunità per leggerlo (terminato poi il 7 Luglio, così per dire...) e beh, nonostante questo, una volta giunta alla fine, è impossibile non rendersi conto del perché l'autore, proprio con questo libro, abbia vinto il Premio Nobel per la Letteratura.



Un uomo è in strada, nella sua macchina, davanti ad un semaforo. Improvvisamente non vede più. Il buio? No, il bianco! Una nebbia lattiginosa che non riesce a dissolversi. Viene accompagnato prima a casa, poi dall'oculista. Il medico capisce fin da subito che c'è qualcosa di strano ed inspiegabile in quella cecità improvvisa ed è proprio quando il medico stesso diventa improvvisamente cieco e poi un'altra persona ed un'altra ancora che è palese che bisogna fare qualcosa e capire cosa sia il prima possibile, prima che la situazione diventi veramente preoccupante. La prima cosa che viene in mente è che si tratti di qualcosa di contagioso, visto che i primi contagi avvengono tra persone che, in qualche modo, sono entrate in contatto tra loro, per questo vengono rinchiusi in un ex manicomio e messi in quarantena. Qui la cecità e soprattutto quello che ne consegue prenderanno il sopravvento.

Ho iniziato a leggere il libro sapendo ben poco a riguardo dell'autore e quello che salta subito all'occhio, visivamente, dopo appena un paio di pagine è lo stile che sceglie di utilizzare. Ignorantemente dopo un paio di pagine ho pensato "Qui deve esserci un problema di editing". In realtà, gli unici 3 elementi che troviamo nel libro sono: i punti, le virgole e le lettere maiuscole. Niente segni di punteggiatura per i dialoghi (niente due punti, quindi, né virgolette), niente punti di domanda o esclamativi e nessuno spazio tra i paragrafi che talvolta sono molto lunghi.
Se da un lato, lo ammetto, tende a rallentare la lettura soprattutto nei punti in cui più personaggi interagiscono, dall'altro rende lo stile dell'autore peculiare, caratteristico. E, in questo caso, aiuta anche ad entrare nella terribile ambientazione in cui si trovano i protagonisti.

È una realtà distopica, immaginaria, resa però estremamente reale. Ciò che la rende potente è la mancanza di riferimenti temporali e spaziali, l'assenza di nomi propri e l'inizio legato ad un avvenimento concreto, niente di astratto o di irreale: un uomo - in macchina - davanti ad un semaforo - all'improvviso la cecità. Non si sa dove, non si sa quando, non si sa chi, potrebbe succedere a chiunque. È per questo che il coinvolgimento da parte del lettore c'è fin da subito, fin dal primo avvenimento, un avvenimento terribile, resto ancora più sconvolgente dal fatto che si espande a macchia d'olio, senza controllo e senza nessuna apparente possibilità di regressione.
Claustrofobia. È quello che si respira attraverso la narrazione. Saramago è estremamente abile a dare dimensione alle sensazioni dei protagonisti. Il punto di vista si focalizza su quello dei primi personaggi che diventano ciechi e che formano, fin da subito, un piccolo gruppo. A questi si aggiungeranno nel tempo molte altre persone fino a che all'interno dell'ex manicomio si andrà a formare un nuovo piccolo mondo in cui saranno messe in gioco tutte le regole della civile convivenza. Con la cecità vengono meno tutte quelle convenzioni a cui l'uomo viene abituato nella società, tornando quasi ad uno stato primitivo, in cui i sentimenti, il rispetto verso il prossimo vengono sostituiti dallo spirito di sopravvivenza che porta ad utilizzare qualsiasi mezzo per cercare la propria liberazione.
Violenze di ogni sorta, egoismi, soprusi...è una terribile realtà quella che viene fuori. I non vedenti sono costretti a vivere in condizioni inumane, in cui la dignità è praticamente cancellata. Solo una donna resterà immune da tutto ciò e sarà l'ancora di salvezza per il gruppo. L'unica vedente tra i tanti diventati ciechi.
Ma il punto in cui ci porta a riflettere l'autore è proprio questo: siamo veramente in grado di "vedere" ciò che abbiamo intorno? Oppure il nostro, è un mondo già cieco che non riesce a mettere a fuoco quello che è ci circonda, soffermandosi solo fino a quelli che sono i propri interessi.

È di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria.

Nella descrizione dei protagonisti, Saramago conferma l'universalità che vuole dare alla storia, non chiamandoli mai con nomi propri. Abbiamo così "il medico", "la moglie del medico", "il primo cieco", "la moglie del primo cieco", "la ragazza dagli occhiali scuri", "il ladro di automobili", "il vecchio con una benda nera", "il ragazzino strabico"...ognuno con una propria storia e proprie caratteristiche. 
Per buona parte della narrazione pervade un senso di oppressione. La degenerazione della società, soprattutto nel momento in cui entrano in gioco "i malvagi", personaggi in cui la cattiveria raggiunge il livello più alto, suscita un senso di pessimismo. Soprattutto perché anche i protagonisti considerati "buoni", sono costretti a compiere delle azioni che mai si sarebbero sognati di compiere. 

...la cecità non si diffonde per contagio, come una epidemia, la cecità si prende solo perché qualcuno che non lo guarda è cieco, la cecità è una questione privata fra un individuo e gli occhi con cui è nato.
Il romanzo, nonostante sia stato scritto già da più di vent'anni, è estremamente attuale. Sono costanti i momenti di riflessione questo perché il lettore è coinvolto dall'inizio alla fine, prima nel seguire lo sviluppo della situazione poi, una volta entrato in contatto con i protagonisti, è spinto dalla curiosità di scoprire il finale, il tanto atteso "come andrà a finire?"

Cecità è uno di quei romanzi da leggere almeno una volta nella vita, uno di quei romanzi in cui la potenza delle parole si esprime in tutta la sua forza, uno di quei romanzi in cui il lettore che inizia a leggere il libro non è lo stesso lettore che lo termina.


Valutazione
5 su 5




2 commenti:

  1. Bellissima recensione! Io ho visto il film che mi è rimasto impresso per l'angoscia e la claustrofobia che trasmetteva. Per questo sono un po' titubante nell'iniziare il libro, ma prima o poi lo voglio recuperare.

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  2. Ciao Gioia! Cecità è stato uno dei primi libri che ho recensito sul blog, anch'io l'ho amato e il merito del nobel in questo caso è indiscutibile. Parlando con altre ragazze che lo hanno letto avevamo notato che il suo stile di scrittura, che disorienta tanto, pone il lettore in una condizione simile a quella dei personaggi che perdono la vista. :) stupendo

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