domenica 18 febbraio 2018

Segnalazioni Made in Italy #11 - Dall'altra parte di Giuliana Leone



Dall’altra parte

Sinossi. Emma torna come ogni anno al solito campeggio estivo. Questa volta, però, c’è qualcosa di diverso: è l'estate dei suoi diciassette anni, l'ultima che vivrà da adolescente. Ci sono i bagni notturni al fiume, gli alberi da scalare, i rapporti complicati con i coetanei. C'è l'istruttore di nuoto, per il quale ha una cotta da troppo tempo. Ci sono le scene che ritrova come se non fosse mai andata via da lì e poi c'è altro. In quei tre mesi, che alla sua età sembrano davvero lunghi, scoprirà che diventare adulti non è una staffetta, ma un percorso a ostacoli in cui forse non serve correre, per arrivare dall’altra parte.

Estratti
La carta spessa è tappezzata da una valanga disordinata di manine colorate, che quasi si accavallano le une sulle altre. Scovo la mia impronta, piccola e gialla. Mi domando cosa ne faranno del quadro non appena noi più grandi andremo via per sempre, a settembre. È triste pensare che non verrà più appeso, per dar spazio alle manine dei bambini dei prossimi anni. Anche se noi non ci saremo è triste lo stesso. Cosa ne sanno gli organizzatori che c’è un’intera estate in quelle impronte di tempera colorata? Ci sono tutte le ginocchia sbucciate prima che imparassimo ad arrampicarci sugli alberi e tutte le lingue bruciate prima di comprendere che i marshmallow arrostiti diventano incandescenti proprio come ripetono gli istruttori. Ci sono i pomeriggi passati a fare partite a biglie in ginocchio, sul suolo sabbioso dello spiazzo. Ci sono le sere passate tra giochi da tavolo io, Fiona e Onofrio intrufolato nella nostra stanza, nonostante fosse vietato per noi dai cappellini gialli stare fuori dai propri alloggi una volta finito l’intrattenimento intorno al falò. Ci sono un milione di risate, di litigi, di prove di amicizia. Scorgere le mani degli altri è impossibile; il primo campeggio era appena cominciato e ci conoscemmo solo qualche giorno dopo. Mi convinco lo stesso di sapere quali siano le loro, entrambe vicine alla mia, una più verso il centro rossa e dai contorni irregolari e una verso il bordo del foglio, blu e ordinata. 

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Mi reco davanti lo slargo in cui sostano i pullman e mi fermo lì, all’ingresso. Sono nel punto in cui mi trovai la prima volta che venni qui. Il terreno non è asfaltato e il terriccio sabbioso impolvera le scarpe, il cancello verde è spalancato. 
Mentre osservo il campo da questa prospettiva, per un istante mi sembra di vederlo come lo vidi allora e ricordo con esattezza ciò che provai nel giugno dei miei nove anni. Temevo che non sarei riuscita a dormire, così lontana dal mio letto e da mia madre. Non mi ero mai allontanata da casa tanto a lungo. La sera precedente alla partenza i crampi allo stomaco e l’insonnia mi avevano tenuta sveglia e al mattino supplicai mia madre per tutto il tragitto fino alla rimessa di non mandarmi via. Ma lei era risoluta nella sua decisione. Mio padre se n’era andato da casa da un paio di mesi e mangiavo poco. Era certa che mi avrebbe fatto bene. Quella notte non ebbi problemi a prendere sonno, comunque, stremata dalle mille attività. 
Superato lo spiazzo ci troviamo davanti a una biforcazione. A est ci sono le stanze degli allievi; a ovest il bagno, con le docce, lo spogliatoio e gli armadietti. Prendiamo in questa direzione e io mi precipito, quasi correndo, verso il mio posto preferito: la piscina all'aperto. Non è altro che una piccola parte del fiume e prosegue nel bosco per parecchi chilometri; la zona è destinata agli allenamenti ed è delimitata da alcune corde. Sulla riva c'è un punto dal quale l'istruttore ci osserva e ci dà indicazioni, seduto sulla diramazione di rami del grande albero che si protendono sul fiume. Per noi è una sorta di trampolino: dal momento che sporgono abbastanza, non c'è rischio di sbattere la testa sul fondo. Tuffarsi da lì non è per niente facile. Ho passato più tempo in questo posto che in tutto il resto del campeggio. «Non è cambiato niente» sbotto con il fiato corto per via della corsa. Fiona mi supera svelta, raggira l’albero e solo dopo accondiscende. «Non è cambiato niente» ripete. La raggiungo e guardo il tronco. Incise in stampatello ci sono due lettere minute, le nostre iniziali. L’ultima gambetta della “e” non è stata ricalcata abbastanza e sembrano quasi due “f”. Fu lei a scriverle quel famoso primo anno. Avevamo cominciato a passare tanto tempo insieme e quando la sua compagna di stanza andò via in anticipo per la nostalgia di casa, quasi mi costrinse a prendere il posto di quella. Mi obbligò a chiamare mia madre e a convincerla a intercedere presso gli organizzatori affinché facessero il cambio. «Bene Emma, adesso siamo ufficialmente amiche» dichiarò con il suo solito fare autoritario, non appena varcai la soglia della camera con tutte le mie cose. «Dobbiamo metterlo per iscritto da qualche parte» aveva sentenziato poi. «Possiamo scriverlo su un foglio e attaccarlo alla porta» proposi confusa dalla sua richiesta ma contenta di aver trovato un’amica. «Che assurdità, qualcuno potrebbe strapparlo. Deve resistere al tempo» disse, dopo avermi guardato come se fossi impazzita. «Questo è un contratto!» aveva concluso infine. Quindi quel pomeriggio, finita la lezione di nuoto, aveva scalfito la corteccia con il coltellino che le aveva regalato suo nonno. Io ero rimasta di vedetta, preoccupata che qualcuno ci punisse. Mia madre il giorno dell’iscrizione mi aveva fatto leggere ad alta voce, per ben due volte, l’intero regolamento, e tra i divieti c’era anche quello di vandalizzare il campeggio. Passo le dita sulle incisioni. Adesso l’albero ne è pieno, ma prima c’era solo la nostra. 
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«Che stai facendo?» domanda, poggia la guancia sul pavimento e siamo di nuovo faccia a faccia. «Mi chiedevo se avessi ancora le lentiggini.» Come spiegare al mio cervello che non deve davvero pronunciare tutto quello che gli viene in mente, specie quando sono agitata? Lui sorride. Allunga un braccio e qualcosa nello stomaco si attorciglia. Poggia l'indice vicino l'orecchio e lo fa scivolare giù fino al mento, poi risale. Mi sfiora il viso per un po' e finge di disegnarci qualcosa. Direi costellazioni, conoscendolo. 
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Rimaniamo per qualche minuto così, a fissare ogni dettaglio del viso dell'altro. Osservo le sue lentiggini sbiadite, non si vedono bene come quando eravamo bambini ma sono lì. Poi passo alle iridi castane: sono belle. Mi sposto verso le ciglia lunghe e arrivo alle labbra. Mi accorgo, con preoccupazione, di avere tanti aggettivi per descriverle. Troppi. 
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«Chi di voi ha ancora intenzione di terminare l'iniziazione? Tobia mi ha incaricato di stilare una lista.» Mi alzo di scatto, lo immobilizzo contro il tavolo e lo afferro alla gola. Non so nemmeno da dove vengano tutta questa forza e questo coraggio. Stringo entrambe le mani intorno al suo collo. Nella sala tutti smettono di mangiare e qualcuno grida, io non vedo e non sento più niente intorno a me. Ci sono solo le mie mani e il suo collo. Qualcuno mi trascina via e mi tiene ferma. Urlo e cerco di divincolarmi senza riuscirci. Sento la presa salda e la forza dei suoi muscoli. È Gioele. 
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Poi mi accorgo che indossa al polso un braccialetto vecchio anni. È una striscia di cuoio ricavata da una collana; lo so perché l’ho fatto io. Ne regalai uno a Fiona e uno a lui alla fine della terza estate qui. Gli altri non c’erano ancora e facemmo della nostra amicizia un trio esclusivo. Solo l’anno dopo l’arrivo di Raffaella ci costrinse ad allargare il cerchio. In quel dono da bambini privo di valore c’era tutto l’affetto per loro. Guardo ancora il cordoncino consunto: vederglielo addosso, dopo tutto questo tempo, mi fa uno strano effetto. 
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«Emma...» Mi volto, per vedere cosa abbia da dirmi, ed è sulle mie labbra. Rimane immobile, le sue roventi contro le mie. Mi costringo a indietreggiare e a scostarmi appena. Restiamo così, vicinissimi e con i respiri più corti, mentre io a fatica mi impongo di non abbandonarmi a quella bocca. Nonostante sia del tutto illogico. 
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Borbotta qualcosa che assomiglia a un "al diavolo", interrompendomi, e con una falcata accorcia la distanza tra di noi e mi bacia. Sono sconvolta; a quanto pare turbarmi è un'altra delle sue specialità. Non m'importa più di quello che avevo promesso a me stessa. Essere distaccata, respingerlo, tutto mi sembra assurdo e insensato, ora che la sua bocca è sulla mia.



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