martedì 8 novembre 2016

Teaser Tuesdays #65

Buongiorno lettori e buon Martedì!!
La settimana scorsa abbiamo saltato questo appuntamento ma eccoci oggi che torniamo a farvi vedere un estratto dai libri che stiamo leggendo.
E' infatti oggi il giorno dedicato alla rubrica Teaser Tuesdays! Queste le semplici regole:

  • Prendi il libro che stai leggendo in una pagina a caso
  • Condividi un breve estratto da quella pagina
  • Attenzione a non fare spoiler!
  • Riporta anche il titolo e l'autore del libro così che i lettori possano aggiungere il libro alla loro wishlist se sono rimasti colpiti dall'estratto.

  • Io sto leggendo "Il trono di spade", "Il gioco del trono", il primo capitolo de "Le cronache del ghiaccio e del fuoco" (mannaggia alla Mondadori e alle sue millemila edizioni!!!) Ci siamo capiti, no?! Mi sono finalmente decisa ad iniziare l'immensa opera di George R.R. Martin! Avevo un po' di timore perché io e il fantasy più "classico" non andiamo proprio d'accordo ma qui non si parla di fantasy classico (non ci sono elfi, fate e via dicendo), non è Tolkien, autore con cui ho avuto diversi problemi. Martin ha uno stile molto più fluente, almeno per il momento!



    I tetti di Grande Inverno erano la sua seconda casa.
    Sua madre diceva sempre che aveva imparato a scalare ancora prima di imparare a camminare. Bran non ricordava quando esattamente aveva cominciato a camminare, ma non ricordava nemmeno quando aveva cominciato a scalare. Di conseguenza, sua madre doveva avere ragione. Ai suoi occhi, la Prima Fortezza di Grande Inverno era un labirinto di pietra grigia: muraglie, torri, cortili, tunnel che si dilatavano in ogni direzione. Nelle parti più antiche del castello, le sale i camminamenti salivano e scendevano al punto che risultava impossibile capire a quale piano ci si trovava. Nel corso dei secoli, il maniero era cresciuto su se stesso, dentro se stesso, simile a un mostruoso albero fatto di roccia. Questo gli aveva detto una volta maestro Luwin: un mostruoso albero con rami contorti, massicci, attorcigliati e con radici che sprofondavano dentro le viscere della terra. 
    Bran conosceva quel labirinto e quando ne emergeva, quando arrivava fino quasi al cielo, gli bastava un solo sguardo per avere l'intera vastità di Grande Inverno al proprio cospetto. Gli piaceva, quell'immensità. Gli piaceva non avere nient'altro che gli uccelli sopra di sé, e l'intera vita quotidiana del castello sotto di sé. Poteva restare appollaiato per ore sugli antichi doccioni di pietra erosi dalle tempeste, in eterno allerta sulla Prima Fortezza. E assieme a loro, vedeva tutto: gli uomini nel cortile al lavoro con il legno e con il ferro, i cuochi nella serra che preparavano le verdure per il pranzo, i cani inquieti che correvano senza sosta avanti e indietro nei canili, le ragazza che chiacchieravano al lavatoio. Questo lo faceva sentire signore e padrone del castello con una profondità che mai suo fratello Robb avrebbe conosciuto.





    Io sto ancora leggendo Norwegian Wood di Murakami Haruki. Nonostante stia attraversando un momento "no" per quanto riguarda la lettura, questo libro mi sta piacendo molto. Norwegian Wood è un viaggio attraverso l'animo umano, alla scoperta di personaggi e culture differenti. Spero di terminarlo presto.

     
    Quel giorno, il giorno della morte di Kuzuki, ricordo bene il suo ultimo colpo. Era un tiro quasi impossibile, e io non pensavo minimamente che lui ce l'avrebbe fatta. Invece, sarà stato anche un caso, ci riuscì alla perfezione: la pallina bianca e quella rossa si urtarono leggermente, quasi senza un suono, sul feltro verde, e con quel colpo si aggiudicò la partita. Fu un colpo così straordinario che ancora adesso me lo ricordo perfettamente. Da allora non avevo toccato un biliardo per quasi due anni e mezzo.
    Eppure, la sera che sono andato a giocare al biliardo con Hatsumi, è stato solo alla fine della prima partita che mi sono ricordato di Kizuki, e questo pensiero mi ha sconvolto non poco.  [...]
    Il fatto di non essermi ricordato subito di lui mi ha dato la sensazione di avergli fatto un torto. Mi sono sentito come se l'avessi abbandonato. Però quella notte quando sono tornato nella mia stanza ho pensato: sono già passati due anni e mezzo da allora, e lui ha ancora diciassette anni. Ma questo non significa che il suo ricordo dentro di me sia sbiadito. Tutte le cose che la sua morte ha portato con sé rimangono vivide, alcune addirittura più che allora. Quello che cerco di dire è che tra poco avrò vent'anni, e che una parte delle cose che ho condiviso con Kazuki quando ne avevo sedici, sono già finite, e che per quanto uno possa piangere e disperarsi non torneranno più. Non te lo so spiegare meglio di così, ma penso che forse tu riuscirai a capire quello che cerco di dire. Credo che non ci sia nessun'altro che possa capirlo all'infuori di te.
    [...]
    Sayonara,
    Toru
    

     


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