lunedì 6 giugno 2016

Piccole dosi #1 - Scusate il disordine di Luciano Ligabue

Ciao a tutti lettori!
Oggi ho deciso di pubblicare un post diverso dal solito (non per quanto riguarda il mondo dei blog, visto che so che ne esistono molti di questo tipo, ma per il nostro piccolo "mondo" virtuale). Ho deciso di raggruppare le citazioni, le frasi, le parole di un libro che ho terminato e che mi hanno colpito particolarmente. Questo post non avrà una scadenza fissa, qualora riesca a trovare un romanzo che mi piaccia, frasi che mi emozionino, ne scriverò un articolo.

 
Per il post di oggi ho scelto Scusate il disordine di Luciano Ligabue, un romanzo che ho terminato da poco ma che non mi ha particolarmente entusiasmato.
 
 
 
 
Scusate il disordine è una raccolta di racconti il cui filo conduttore, l'argomento che fa da apripista a tutte le storie, è la musica. La musica che aiuta, che entra a far parte della vita di ognuno senza accorgersene, con magia, fantasia ed entusiasmo; la musica che distrugge, che fortifica, che rende invincibili; il successo che arriva all'improvviso, la fama inattesa, i cambiamenti, la Canzone.
Quella di Ligabue è sicuramente una scrittura particolare, spesso difficile da comprendere, fatta di finali troncati, magia che si incrocia a realtà, al surreale.
Nonostante sia il mio cantante preferito non mi identifico mai nei suoi libri.
Ci sono però delle frasi, delle riflessioni, dei pensieri che mi hanno colpito particolarmente, che mi hanno emozionato e commosso.

 
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Il piccolo altoparlante gracchiava a fatica il suono ma a lui sembrava, gli era come sembrato che ogni elemento, dai graffi sul disco alla pochezza di quell'aggeggio, desse a quella musica l'illusione di innocenza e, insieme, la profondità della sua storia. E poi, soprattutto, la necessaria inafferrabilità. Già, perché se c'era una cosa che aveva capito in cinquant'anni che suonava, era che la musica non la si prendeva. Mai. Per lui valeva anche quando ascoltava. Non contava quante volte avesse sentito una canzone né contava l'esercizio e la difesa del suo gusto: la musica non diventava mai sua.
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Ma le foto dovrebbero essere così, no? Istantanee le chiamavano (le chiamano ancora così?) Uno scatto uno. Senza possibilità di ritocco. Pensato, motivato, sbagliato, ispirato, offerto all'improvviso da una situazione. Ma la foto c'è o non c'è.
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Imbracci la chitarra distrattamente. Poi, per qualche motivo, ti ritrovi a guardarla con occhi nuovi e mentre lo fai realizzi per la prima volta che non c'è niente al mondo - cosa o persona - che tu abbia toccato più di quella. Niente con cui tu sia stato a contatto così a lungo. Pensi a quante volte hai provato a raccontare a qualcuno di come, dopo pochi giorni di separazione, senti il bisogno fisico di quel legno, delle vibrazioni della sua cassa armonica sul tuo stomaco. E ogni volta ti dicevano: ah si?, già annoiati oppure convinti che fosse tutta una posa. Quante volte le avrai cambiato le corde? Quante volte l'avrai pulita con lo stesso straccio, nello stesso ordine, con la stessa energia? Quante volte l'avrai capovolta scuotendola e sperando che dal buco uscisse - oltre a un plettro caduto dentro - la risposta a qualcuno dei suoi misteri? O almeno un ritornello.
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Poteva vedere l'Italia intera affetta da quella Canzone. Ma era un contagio buono, perché quella era la Canzone che si faceva fischiettare, stonare, sbagliare, imparare, cantare, ballare. Quella che produceva emozione, immedesimazione, riflessione, distrazione. Sollievo, fiducia, incanto, speranza, abbandono, tenerezza. Venuta al mondo per fare bene al mondo.
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Ognuno dei presenti in sala ha appena fatto i conti con il proprio dolore più recente o con quello più ostinato e il tururu diventa lo sfogo musicale necessario. Nessuna parola, nessun concetto, nessuna ulteriore considerazione. Solo cantare alla faccia di tutto.
 
 
E a voi qual è la frase che ha catturato, commosso, emozionato?
Buona lettura!
 
 
 

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